RASSEGNAZIONE STAMPA

Venerdì, nuovamente venerdì; vi si arriva accaldati, umidicci, sognanti lidi marittimi e colmi d’invidia per i fortunati rivieraschi. A noi resta soltanto la Rassegnazione Stampa, ch’è ben poca cosa; ma: questo passa il convento. E apriamo con la notizia della settimana, (ri)bollente come il sangre caliente sotto l’effetto spaventoso di vacanzieri terrori!

Riva orientale del lago di Garda, fine settimana: sparuti gruppi di coraggiosi turisti, bramosi di godersi il mite e dolce clima gardense, si presentano ai nastri di partenza nel centro di Bardolino. Una passeggiata comoda, un’atmosfera distesa, per scrollarsi di dosso le tremende scorie di questo infausto periodo, trascorso funestamente fra infernali pandemie, inconfessabili disagi e impercorribili rotte vacanziere. Un tranquillo weekend a Bardolino: di più non chiedevano, questi poveri e meritevoli turisti. Ma ecco, d’improvviso, l’orrore: il quieto fine settimana si tinge di giallo, con screziature di nero, sfiora il vermiglio; in un attimo, si volge in un tranquillo weekend di paura. Il centro città, da sempre dominio indiscusso dell’Uomo, deve fare repentinamente i conti col violento riflusso della Natura, tornata a reclamare con indomita brutalità i propri spazi. L’incarnazione feroce di questo spirito si manifesta nella tremenda calata di un gruppo di papere, con tutta probabilità stuccate dall’oltraggioso confino nelle acque lacustri. Nell’arco di un amen, ecco gli inflessibili becchi martoriare scampoli di brioche, ritagli di torta, indifese molliche di pane, saporosi salumi già affettati. Una strage, un perentorio sterminio svoltosi ineluttabilmente in pieno giorno, nel mezzo del quieto vivere civile. Un eccidio, un massacro: la carneficina di Bardolino è oggi, è sempre; nessuna torta, nessuna brioche sarà dimenticata.

Ebbene, è però giunto il momento di rinfrescarsi: immaginate un bel sorso di acqua tonica ghiacciata, giù per la gola; rilassatevi, sotto l’ombrellone: offre Repubblica.

L’estate 2020 è iniziata con il cipiglio sussiegoso di quelle anziane signore che, ad alta voce, declamano auliche terzine dantesche, mentre nel chiuso di lor private stanze biascicano maledizioni e salmodie con le vicine bizzose e querimoniose. Insomma: in poche righe si vanno preparando freschi e raggelanti cocktail composti da cruenti omicidi, spaventose carceri destinate ad obliare eternamente il sole, navi ingiustamente abbandonate fra i marosi, proteste di piazza per la libertà – qualsiasi, doverosa libertà – accanto ad efficienti costumi ecologici che celino le ombre cremisi del ciclo mestruale, bikini e diete di una 56enne paladina delle 56enni, con una fettina di vintage a guarnire: i giorni straordinari di villeggiatura di Lady Diana e del Principe Carlo; ultima decorazione, l’aggiunta di un leggero rivestimento di zucchero, giusto sul bordo: Kate, la nostra amata Kate (amata dalle redazioni dei quotidiani moderati, s’intende), mostra la via; i vestiti umilmente indossati dalla duchessa durante il lockdown sono stati acquistato ovunque, tanto da obbligare le case produttrici a dichiarare il concertistico sold out. Credo sia estremamente difficile trovare qualcosa di più banalmente parossistico, tragicamente pleonastico di questa lacrimevole accozzaglia. Che il mondo non sia più riflesso nei quotidiani, era cosa nota da tempo; ma che nelle versioni online dei giornali nostrani riverberasse fiera l’accattivante luce della superficialità, noi mai avremmo avuto il piacere d’immaginarlo. Panglossianamente, questo è davvero il mondo (virtuale) per noi che aspiriamo al nulla eterno.

IL LIBRO DEL MESE – GIUGNO

E così, vorresti fare l’artista, nevvero? Ma l’artista, poi, lo si fa o lo si è? E chi lo decide, infine? Che sia sufficiente sentirsi artista, per esserlo? Tutti quesiti assolutamente legittimi, alle volte persino pregevoli: eppure, hanno di queste favorevoli peculiarità in quanto assolutamente inutili. L’arte è un animale stravagante, ostinatamente eccentrico: è in grado di evolvere e involvere nel medesimo tempo, di schiavizzare e lasciarsi trarre in ceppi simultaneamente. Un minuto prima si tratta di mandare un messaggio, quello successivo bisogna vantare assoluta ed altera inutilità. Se nemmeno le più perentorie e scandalose uscite di chi ha guidato questo gran mondo han potuto accompagnare alla tomba il dibattito – “È l’Uomo a far l’arte, fine”, “È l’arte ad essersi mostrata all’Uomo, come un fatto incontrovertibile” – possiamo star freschi noi, sapientemente ignoranti ma smaniosi di dir la nostra. Meno ciance e più Munari, verrebbe da dire: giacché i fantasmi sono i più grandi artisti che sia fatto d’immaginare – realizzano rutilanti performance, da millenni, con quello che hanno, lenzuoli, catene, luci e suoni catacombali – e questo è un libro interamente dedicato alle ombre, agli spiriti, a coloro che si manifestano e lasciano strane materie organiche, opere mutanti che subiscono danarose metamorfosi senza impallidire, celate trasformazioni a livello cellulare dettate dal tempo e dai costumi. Qui si narra di magate manipolazioni di materie fuor dall’umano, di comunicazioni arcane enigmaticamente tradotte da zingaresche sensitive, di immagini che nascono dagli occhi spiritati di apparizioni extramondane e che a quelli ritornano, gonfie di parole invece scrupolosamente umane; sono, questi sapidi fantasmi, presenze neghittose e inclini all’ispirazione improvvisa, non già spiritacci smunti, burocraticamente attaccati al ruolo. E mentre fastidiosi umani brulicano di spazio in spazio – l’arte ha ormai travalicato qualsiasi confine – in vena di recitar la parte degli spettri per non si sa quanto tempo, costoro si ritraggono, occultamente fucinando il prossimo spavento. Sicché, fin quando vi sarà danaro, potremo chiamare queste fantomatiche presenze artisti. Noi passeremo con le nostre convinzioni, e loro porteranno brividi e disagio alle future generazioni. Il sovrannaturale non va in pensione, e tale è l’arte.

MERCOLEDÌZIONARIO

Ophelia, John Everett Millais

Ancora non s’è pronunziata, questa equivoca e malcelata onomatopea, che già i calzari vanno a smarrirsi per corti limacciose, impaludendo. È lemma denso d’umidità, figlio d’un atavismo sudato e febbricitante; evoca piressie infernali, salmodiate da sfibranti ronzii di zanzare con tremebonde ispirazioni malariche, itterici concerti di violini che promettono diligenti spasmi muscolari, conditi da atroci ed interessanti recalcitri di nausea. Ma non di sole parassitosi gode annientarsi l’Uomo: negli acquitrini, ricolmi di fedifraghe ninfee, teorizzate da sapienti mani preraffaelite, esseri umani che già hanno patente di fantasmi s’annegano col corpo, per meglio vagare nei madidi terrori di vagheggiati congiunti. Il tenue sciabordio dei piedi che, timorosi, si calano pudichi in quelle acque fecciose, ci riporta a quell’impaludamento preconizzato pocanzi; dolci acque di sogno, disgustose acque stregate che promettono morti licenziose e fintamente auree, affanni che terminano in paludi le quali ancora non hanno terminato le scuole dell’obbligo: e dunque acquitrini zelanti, che un giorno ospiteranno riunioni stregonesche e volenterosi insetti con la passione per l’omicidio lento e remoto.

Resa grafica di M.B., a cui vanno ora e sempre ogni onore e gloria.

LUNEDÌCKENS

L’indomani, dopo aver ben ponderata la questione mentre mi vestivo al «Cinghiale Azzurro», decisi di esprimere al mio tutore il dubbio che Orlick non fosse l’uomo più adatto per occupare un posto di fiducia in casa di Miss Havisham.

– Be’, naturale che non lo è, Pip – rispose il mio tutore, che, evidentemente, sulla questione generale aveva già messo il cuore in pace, – perché chi occupa un posto di fiducia non è mai l’uomo più adatto. – Sembrò anzi rallegrarsi di sapere che quel posto non fosse tenuto dal tipo adatto e, mentre gli raccontavo quanto sapevo di Orlick, mi ascoltò con aria soddisfatta. – Benissimo, Pip, – osservò, quando ebbi finito, – andrò subito a licenziarlo. – Piuttosto allarmato di un procedimento così sommario, io ero per un piccolo rinvio, e insinuai che il nostro amico non sarebbe stato facile da trattare. – Oh, no certo, – disse il mio tutore, con perfetta fiducia, manovrando il fazzoletto di seta. – Mi piacerebbe vederlo discutere la questione con me.

“Grandi speranze”, Charles Dickens, Rizzoli. Traduzione di Bruno Maffi.

Lo sentite anche voi, il carezzevole concento della trappola che sta per scattare? L’antico adagio di Cicerone – uomo spregevolmente senza macchia, che noi odiamo con tutta la forza che abbiamo in corpo – è sempre valido, glielo dobbiamo pur riconoscere. Ma il buon Dickens rimane il miglior braccio che lo abbia mai applicato, in tutta la sua opera.

RASSEGNAZIONE STAMPA

È venerdì: venerdì d’estate foriero, ricordando l’infelice Foscolo. E con la gentile brezza estiva, arriva la lenta ripresa di quelle attività che si davano, diciamo per scontate, prima della pandemia. Proprio la designata notizia della settimana annunzia di questi timidi tentativi di riacquisto della nostra vita:

L’ex senatore Antonio Razzi, abbandonati i banchi di Palazzo Madama, ha ripreso la sua carriera di solido tennista; e “Il Pescara”, influente quotidiano degli Abruzzi, ci rende edotti della prima vittoria post covid (refuso fortemente cercato) proprio dell’ex forzista. Impresa non da poco: il torneo vedeva alcuni fra i più agguerriti iscritti al circolo del Dopolavoro Ferroviario pescarese e la strada verso la vittoria deve per certo essere stata irta di perigli e minacce. Ma anche grazie al prezioso contributo dell’amico Lorenzo, il buon Antonio ha conquistato il doppio con un ottimo 6/4 – 6/3. Gaudio e tripudio dopo l’annuncio social – su cui l’ex senatore è profeta e re; a Davide e Francesco, usciti sconfitti dalla finalissima, il glorioso onore delle armi.

Tocca, per allineamento d’ordini superiore, citare nuovamente il “Corriere” – che parrà la nostra vittima prediletta, ne siamo coscienti. Ma la qualità della proposta attuale era troppo elevata, per lasciarla cadere nell’oblio:

Signore, signori: capolavoro! Sì, io grido al capolavoro: siamo davanti ad un enigma per solutori più che abili, arricchito ulteriormente dall’implicita domanda, che non a tutte le anime si disvela. Una teoria di Sfinge, un avanzo di dottrina materialista sono necessari per scardinare l’essenza dell’improbabile; curiosi, nevvero? E allora partiamo dalla domanda: se 800 milioni di anni fa – fonte Corriere – un corpo celeste si è fuso con un buco nero – sempre fonte Corriere – dove starebbe il corpo del delitto? L’energia rimanente la mettiamo sul conto delle onde gravitazionali generatesi, chiediamo lo sconto comitiva e finiamo la serata con un bel brindisi! No, purtroppo no: perché le “misure” del presunto celeste non collimano né con quelle delle più grandi e fascinose stelle di neutroni, né con quelle dei più piccoli buchi neri mai avvistati in perenne balneazione nell’universo. E allora, alle corte, quel rimanente di misteriosa massa, cusa l’è? Questo il seducente quesito; e tre, le possibili risposte:

1) L’energia prodotta dallo smaltimento della precedente vita di Emily O’Hara Ratajkowski, prima di pingersi d’oro i capelli. Come fossero scorie nucleari, ma prodotte da instagram. Soluzione tecnologicamente attraente e lusinghiera.

2) L’energia provocata dal bacio tra Maria Elena Boschi e Giulio Berruti: l’amore così forte, oltre ogni legge fisica, è volato nell’universo fino a collidere con un buco nero. Memorabile, meraviglioso.

3) L’energia di scarto derivante dagli sforzi fatti da ogni tipo di studioso ed erudito esistente per trovare un briciolo di intelligenza nel carapace di Bolsonaro. Sforzi vani, ad oggi. Soluzione esotica, dal sapore pop-populista.

Lascio che siano i lettori, a provarsi di svolgere le scientifiche pieghe di questo mistero. Settimana prossima troverte la soluzione, su queste pagine.

MERCOLEDÌZIONARIO

È participio passato che favella, questo: narra di preziosi miracoli, di aurei prodigi quali il Sacellum Sixtinum, e subito la nostra memoria richiama il Pittato fra i pittati. Quelle inflessibili “T” disposte in rapida successione rivelano l’aspra durezza delle forze in gioco, lo strenuo coraggio necessari alla realizzazione di un mirabilia ancora oggi tanto esposto ma sì misterioso. Eppure, nel militaresco pittato ritroviamo latranti allucinazioni di esotiche fascinazioni, umidi acquastrini, malarici delìrî; miraggi e paesaggi tatuaggistici che sfoggiano uno svagato malcostume, un imbellettamento popolano e imprecisamente ribelle, un’istigazione al ribollimento di sottoculture, un revanscismo rutilante e lutulento, orgogliosamente frivolo e corrivo. Ci ritroviamo sperdutamente davanti all’innalzamento di un’eretico libito da parte di un Kubla Khan febbrilmente consumato da fumi d’inchiostro, un libito pittato da mani imprudenti e piretiche. L’uso proverbialmente regionale del termine ha il solo scopo di affabulare ulteriormente i sensi, di lasciar precipitare definitivamente l’animo oltre quel magato trucco ch’è la superficie: dietro questa sapiente architettura, dietro questa pittata rifulgenza, s’annida neghittoso il nulla che pazientemente sempre ci ha atteso, unico specchio – vorremmo precisarlo carnoso – nel quale ci riflettiamo senza timore alcuno d’arrecarci violento disonore.

Resa grafica a cura di M.B.: a lei, come sempre, ogni gloria, lode e onore.

LUNEDÌCKENS

In uno stanzone alto, male illuminato e peggio aerato, situato in Portugal Street, Lincoln’s Inn Fields, siedono praticamente dal primo giorno dell’anno all’ultimo alcuni signori in parrucca – uno, due, tre o quattro a seconda dei casi – dietro a piccole scrivanie identiche in tutto e per tutto a quelle usate dai giudici, tranne che nella lucidatura di tipo francese. A destra c’è il banco degli avvocati; a sinistra si trova il recinto dei debitori insolventi; davanti si spalanca una distesa di facce particolarmente sporche. I signori sono i commissari della corte di giustizia dei debitori insolventi e il luogo nel quale siedono è la corte stessa.

È da tempo immemorabile curioso destino di questa corte di essere, chissà perché?, presa e intesa dai barboni di Londra, per generale consenso, come luogo di incontro e di rifugio quotidiano. È sempre pieno zeppo di gente. I vapori della birra e degli alcolici salgono continuamente al soffitto e, condensandosi per il caldo, scivolano lungo i muri sotto forma di gocce di pioggia; ci sono più vestiti vecchi lì dentro, in una volta sola, di quanti non vengano offerti in vendita in dodici mesi filati a Houndsditch; di facce sporche e barbe incolte, poi, ce ne sono tante che non basterebbero a renderle decenti neppure tutti i barbieri e tutte le fontane fra Tyburn e Whitechapel, lavorando di buzzo buono dall’alba al tramonto.

Non si deve credere che questi personaggi abbiano qualcosa da fare lì dentro o un qualche rapporto con il luogo che frequentano con tanta assiduità: neanche per idea! Se mai ne avessero, non ci sarebbe ragione per stupirsi e non ci sarebbe niente di strano. Durante le udienze alcuni dormono, altri si portano dietro roba da mangiare avvolta in fazzoletti o ficcata nelle tasche da dove spunta fuori, e con pari entusiasmo rosicchiano e ascoltano; non risulta che nessuno abbia mai avuto il minimo interesse personale in uno dei casi discussi. Caschi pure il mondo, loro se ne stanno lì seduti dal primo all’ultimo istante. Quando fuori piove a diluvio, si pigiano tutti all’interno, bagnati fradici, e allora nel tribunale i vapori sono così densi che pare di essere in una fungaia.

“Il circolo Pickwick”, Charles Dickens, Garzanti. Traduzione di Gianna Lonza.

Dickens, se non si fosse limitato ad essere uno dei più grandiosi scrittori di questo nostro piccolo pianeta mondiale, sarebbe stato nell’ordine: 1) Un ottimo evangelizzatore, di quelli che dormivano con la Sacra Bibbia sotto al cuscino; 2) Un notevole erede di Esopo: passare dai barboni ai ratti e dai giudici ai gufi costa meno d’un attimo, via; 3) Un canagliesco venditore porta a porta.

Sorge il dubbio che sia stato tutte queste tre cose – e molte altre – e che abbia sublimato il tutto, per cavalleresca comodità ed elusivo disdoro, nell’attività di scrittore.

RASSEGNAZIONE STAMPA

Settimana ghiottissima, che merita d’aprirsi – anche se nella realtà, si chiude – con quella che potrebbe essere la notizia dell’anno:

Fonte: TPI

Kalua, un coriaceo esemplare della famiglia dei Catarrini (che non sono primati oppressi da problemi di espettorazione, ma devono il loro nome all’esoticità ellenica, letteralmente “dal naso stretto”), ha ucciso un’incolpevole donna e ferito la bellezza di 250 persone in preda ad una incontenibile crisi d’astinenza, dopo aver terminato le scorte personali di liquore. Il primate, di proprietà di un occultista del Mirzapur deceduto in circostanze misteriose, veniva nutrito in maniera quantomeno discutibile: sembra che la dieta a cui l’uomo costringeva il piccolo animale teorizzasse soltanto alcool, inframezzato da veloci pasti a base di carne di scimmia. E dunque, alla superficiale risata per l’atto in sé, per l’inabituale violenza di massa compiuta da una scimmia sola ma determinata, s’aggiunge il macabro risvolto del cannibalismo, un’eco di voodoo haitiano, una reminiscenza di quelle ambigue fumerie d’oppio della Londra dickensiana, ove le bottiglie d’alcol passano di mano in mano a suon di stolide risate e vitree occhiate. Dopo aver compiuto la strage, il primate è stato isolato in una gabbia dello zoo di Kanpur, nel Kanpur Nagar, dove pare trascorrerà il resto dei suoi giorni, in assoluta solitudine. L’essersi cibata di carne della sua stessa specie, infatti, ha fatto sì che Kalua abbia sviluppato un’insolita aggressività verso i suoi simili. E dunque, amici, se fino a pochi minuti fa eran grasse risate, adesso di sbertucciare questa povera creatura noi non s’ha più cuore. Ancora una volta l’Uomo s’è dimostrato terrifico agente del caos naturale.

Col cuore gonfio, passiamo oltre, rifugiamoci in un bel cestino di notiziuole che il divino Corriere ha impacchettato apposta per noi, a guisa di dolcetto per il fine pasto:

Si comincia con una trionfante – ma discreta al contempo – esaltazione dell’Inps, che dalla tragica calata del nuovo coronavirus ha aiutato ben 11 milioni di italiani, distribuendo 15 miliardi di €. Lo so cosa state pensando, maliziosetti: state già avanzando lamentele nascoste sotto la stuola di battutine salaci, “Bisogna vedere a chi sono andati i soldi”, “Ma li hanno poi davvero dati, quei soldi?”, “11 milioni di persone, quando in Italia siamo più di 62 milioni”, etc. etc.; ebbene, qualcuno deve pur dirlo: se aveste prove della malacreanza dell’Inps, sareste moralmente obbligati a presentarle nelle sedi opportune. Preso atto del fatto che la nascita stessa dell’Inps è un atto di selvaggio pervertimento e contronatura. Si prosegue con una notizia molto seria, sulla quale è giudizioso non abbandonarsi all’ironia: potete leggere quel ch’è accaduto alla povera Arianna, e porre la notizia accanto al bel richiamo del solstizio d’estate appare pratica almeno superficiale. Chiudono la carrellata una festosa Lazio formato scudetto, con un bell’abbraccio apotropaico, atto a scacciare gli spettri dell’impossibile contatto fisico a causa del virus-che-non-deve-essere-nominato, appena sopra Arianna. A braccetto una sorridente Kate Middleton, sorpresa nella prima uscita al termine della quarantena: avrà certamente ritrovato un Norfolk ameno, fiorito e sorridente. È bello sapere che qualcuno, almeno qualcuno in questo mondo strambo e rutilante, non perde mai il sorriso. Sto parlando dei redattori del Corriere, ça va sans dire.

QUI PIERMARIO CI COVA, PT. VI – ADDIO?

Epperò, quell’amore che sentivamo portava con sé il germoglio della malinconia: potevamo avvertire che il momento era giunto, l’ineluttabile distacco dai nostri piccolini era ormai questione di pochi istanti. Io e il babbo eravamo ben decisi a non lasciarci vincere da quell’abbattimento dei sentimenti che giunge sempre, annichilente e stridente, al momento di separarsi da qualcosa che s’è vissuto e goduto come oggetto d’una certa sorta d’amore. Ma il sorriso taciturno che ci rivolgevamo in quei giorni aveva quel profumo doloroso della coscienza. Gli uccelletti, ormai, spingevano i becchi aranciati fuori dal nido, ad intervalli di tempo sempre più lunghi, e con la merla a far da insegnante imparavano a procurarsi il cibo; e quella scolaresca stringeva davvero il cuore, per la diligenza con cui seguiva la mamma e per la gioia frizzante dei trilli che emetteva. Riconoscevamo gli ex piccoletti non dall’aspetto fisico – troppo simili fra loro, invero – ma dal carattere che ognuno andava formandosi: chi svolazzava soltanto vicino al nido, chi disordinatamente vagava appena sopra le nostre teste, tintinnando e modulando la propria voce, chi seguiva laborioso e meticoloso la merla, come di quei studenti che non s’accontenterebbero mai del massimo dei voti, ma vorrebbero di più. Persino Antonietta, che già sapete quanto si faticasse a dar confidenza a quei gorgheggianti pennuti, adesso si godeva il momento, sempre con lo sguardo serioso di chi sta dicendo: “Belli, lo siete molto. Ma attenti a non sporcar da queste parti, eh!”.

Quello che però nessuno di noi osava confessare, alle corte, era poi che non sapevamo in che modo dire addio. Ipotizzavamo, recitavamo quasi tutte le forme di saluto che io e Piermario eravamo in grado di fantasticare; ma a mancare era il coraggio. Si pensò, persino, ad una poesia da me scritta appositamente e dal babbo recitata. Fu financo peggio: ogni tentativo naufragò sul balcone, mentre osservavamo senza mormorare il volo dei nostri adorati.

Una sera, ch’era leggermente spiovuto, uscimmo per osservare la famigliola, che fino a qualche ora prima s’era rannicchiata nel nido ora troppo angusto per ospitare tutti a dovere. Lo trovammo vuoto. Capimmo subito che più non si sarebbe popolato; fu come sentire una corrente che ci attraversava, una vacuità che ci consegnava un messaggio chiaro, un lascito, una testimonianza: la vita. Una vita, ed anzi molte vite, erano proseguite e proseguivano ora più lontano nello spazio dalle nostre, e quell’amore che sentivamo per quegli implumi appena sbucati dalle uova cresceva ancora adesso, a colmare quella distanza; il babbo, che goffamente s’industriava a nascondere la commozione, posava lo sguardo ovunque, fingendo una ricerca che già sapeva infruttuosa. Io non azzardavo il menomo passo, respiravo anzi così silenziosamente che nemmeno io riuscivo ad udirmi. Restammo così, fluttuando nella dolorosa consapevolezza dell’addio, per almeno un’ora. Piermario si accese poi una sigaretta, violando ed infrangendo quella stasi con il piglio responsabile di chi deve risolvere i guai che altri hanno procurato. Sedemmo l’uno accanto all’altro, dissimulando un saluto a quell’avventura che ci aveva legato più di prima e che ci aveva regalato la consapevolezza d’un rapporto che mai si sarebbe rotto. In quell’istante si presentò Antonietta, uscita per commentare una notizia del telegiornale; si fermò, gettandoci uno sguardo stupito e quasi divertito: “Che facce sono poi quelle? Cos’è, morto qualcuno?”. Sorridemmo, un sorriso intriso di quella crudele felicità altrui che s’impasta con l’infelicità nostra, e mia madre capì. “Non mi sporcheranno più il balcone, allora”: quel tiepido suo sconforto, inatteso, ci regalò una chiusura preziosa ed insperata. Non avremmo potuto scegliere forma di addio più eccezionale.

MERCOLEDÌZIONARIO

Img via Pinterest

Parola cacofonicamente oscura, capziosamente ambigua, neghittoso: non fotografa con toni dimessi, con svagata compostezza un essere umano pigramente ozioso, indolentemente negligente; chi può sfoggiare nel proprio curriculum il glorioso vanto d’esser neghittoso, ha travalicato i magati cancelli dell’abulia: egli s’è lasciato sopraffare dai quei sapienti ed ammiccanti demonî di Sua Signoria Pigrizia e dalla elusiva sorella sua Negligenza. L’Uomo che fieramente si professa neghittoso, ha lasciato sguarnito il fronte della battaglia contro l’indolenza, con immane sforzo ha cogitato di abbandonarsi ad una Caporetto fisica senza precedenti, ad una letargia corporale – e speriamo emotiva – che sfiora l’ignominia. È la personificazione di Oblomov, è oltre Oblomov immerso in un oceano di piumosi guanciali e teneri divani, è Oblomov così intriso di pedagogica poltroneria da non conoscere la fatalità della redenzione. Immaginate, ora, quale sforzo mi sia costato arrivare fino a qui.

Ogni settimana, una fra le mie voci predilette dal dizionario italiano, immotivatamente commentata dal sottoscritto. Rendete omaggio ad M.B., squisita e celata Anfitrione, per la minuziosa cura nella resa grafica di questa nuova rubrica. A lei ogni gloria, lode e onore.